Covid-19 e variante Omicron: le cose da sapere

Da BA.1 a BA.5, passando per XE, BQ.1 e molte altre ancora. La variante Omicron ha visto svilupparsi, dalla sua nascita, un’ulteriore serie di sottovarianti (circa 50) che, come spesso succede coi virus, l’hanno nel tempo modificato, portando a diffusioni, sintomi, virulenze e degenze molto diversi tra loro. Ma di cosa parliamo quando ci riferiamo alla variante Omicron? Quando e dove è nata questa variante del più famoso SARS-CoV-2 (coronavirus responsabile della sindrome respiratoria nota come COVID-19)? Come riconoscere di esserne affetti e, soprattutto, cosa fare in attesa della negativizzazione da Omicron?

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In questo articolo vogliamo dare una panoramica chiara di tutto quello che c’è da sapere su questa variante a circa un anno dal suo arrivo in Italia. In questi giorni, per altro, è stato divulgato uno studio condotto da ricercatori dell’University of Minnesota e pubblicato sulla rivista dell’Accademia nazionale delle scienze statunitense (Pnas) secondo cui la variante Omicron potrebbe avere avuto origine nei topi.

Ma non corriamo e andiamo con ordine in modo da vedere assieme tutto quello che c’è da sapere su questa variante.


LE ORIGINI: PERCHÉ SI CHIAMA OMICRON?

Come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità, il 26 novembre 2021 l’Oms ha designato la variante B.1.1.529 come ‘Variant of Concern’ (Voc), con il nome di variante Omicron. La variante è stata isolata per la prima volta in campioni raccolti l’11 novembre in Botswana e il 14 novembre in Sud Africa, e al 22 dicembre era stata isolata in 110 paesi. La decisione di dichiararla una VOC (e, dunque, non VOI, “Variant of Interest”) è dovuta alla presenza nella variante di diverse mutazioni che, a ben vedere, hanno avuto un forte impatto sul comportamento del virus, anche in termini di gravità della malattia o della capacità di diffusione.

Rispondere alla domanda “perché si chiama Omicron”, invece, risulta più complesso. Com’è noto, infatti, a partire da giugno 2021 la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di chiamare le varianti del virus responsabile del Covid con il nome delle lettere greche al fine di evitare episodi di razzismo associando un determinato ceppo di Sars-Cov-2 a una zona geografica. Così la variante “inglese” è diventata Alfa, la prima emersa nel Sud dell’Africa è diventata Beta, quella “brasiliana” Gamma e quella “indiana” Delta, per proseguire con le varianti di interesse Lambda, Epsilon e Mu. Quelle successive, seguendo l’alfabeto greco, sarebbero state le varianti Nu e Xi, ma come ha spiegato Margaret Harris, portavoce dell’ente, Nu sarebbe suonato troppo come l’inglese “new“, mentre Xi sarebbe potuto essere stato facilmente scambiato per un cognome molto comune nel mondo, soprattutto in Cina. Da qui la scelta di procedere alla lettera ancora successiva, ossia alla Omicron, la variante di nostro interesse.

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COME SI TRASMETTE LA VARIANTE OMICRON

Le modalità di contagio sono sempre le stesse e derivano da un caso infetto: starnuti, tosse o soffi di naso con relativo rilascio di droplets (“goccioline respiratorie”) delle persone infette, contatto tra mani e oggetti o superfici contaminate dalle secrezioni infette e contatto con le mani contaminate (non ancora lavate) con bocca, naso o occhi.

Come sostiene l’Istituto Superiore di Sanità, poi, ci sono evidenze consistenti che Omicron abbia una maggiore trasmissibilità rispetto alla variante Delta in paesi con una documentata trasmissione di comunità, con un tempo di raddoppio di 2-3 giorni e che potrebbe diventare la variante predominante in poche settimane.

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SINTOMI OMICRON

Il National Institute for Communicable Diseases (NICD) sudafricano, l’istituto pubblico di riferimento sulle malattie infettive, ha a suo tempo riportato che “attualmente non sono stati riportati sintomi insoliti a seguito dell’infezione con la variante B.1.1.529 e, come con altre varianti, alcuni individui sono asintomatici”. Pertanto, come con altre varianti, anche per quella in esame i sintomi di Omicron più comuni sono stanchezza, mal di testa, prurito in gola e raffreddore leggero. Di certo, come sottolineato anche dall’Istituto Superiore di Sanità, i dati sulla gravità clinica dei pazienti infettati con Omicron suggeriscono una riduzione del rischio di ricovero per Omicron rispetto a Delta.

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PERIODO INCUBAZIONE OMICRON

Il periodo di incubazione di Omicron è, in media, pari a 3 giorni e nelle persone che hanno completato il ciclo vaccinale la durata media della malattia è di 5-7 giorni circa.

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COME CURARE OMICRON

Non esiste una risposta univoca a questa domanda. Per le persone sane con febbre e dolori il consiglio è di prendere antinfiammatori e antipiretici, non vanno presi il cortisone e gli antibiotici. Tuttavia, data l’enorme evoluzione del virus e la velocità con cui questo muta e si trasmette, è doveroso valutare caso per caso: in questo senso, dunque, la cosa migliore da fare è quella di contattare il proprio medico e gli specialisti del settore che, agendo sul singolo paziente, meglio capiranno il da farsi e più velocemente interverranno per porre rimedio al problema, cercando così di evitare inutili (e in alcuni casi molto gravi) complicazioni.

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NEGATIVIZZAZIONE OMICRON

Il tempo di negativizzazione da Omicron è variabile da un soggetto all’altro, ma, in linea di massima, come sottolineato anche sopra, nelle persone che hanno completato il ciclo vaccinale la durata media della malattia è di 5-7 giorni circa.

Tuttavia, la positività di per sé sta progressivamente perdendo d’importanza dal punto di vista clinico, anche in considerazione del fatto che sono sempre di più i casi in cui i sintomi compaiono prima della positività del test.

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L’ORIGINE NEI TOPI SECONDO LO STUDIO DELL’UNIVERSITY OF MINNESOTA

Recente (e molto discusso) è, infine, uno studio dell’università del Minnesota, secondo cui alcune mutazioni presenti nella proteina spike di Omicron (il cosiddetto receptor-binding domain o RBD) sarebbero compatibili con la trasmissione dagli esseri umani ai topi e poi a un successivo ritorno agli esseri umani.

Concentrandosi su quattro mutazioni tipiche di Omicron, infatti, il team ha scoperto che una di esse (N501Y) è il frutto dell’adattamento alla struttura del recettore ACE sia umano sia di topo. Le altre tre (Q493R, Q498R, Y505H) sono invece il frutto dell’adattamento solo nel topo.

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TELEMEDICINA E VARIANTE OMICRON: COSA PUO’ FARE BIOTECHMED

Va da sé che telemonitorare i parametri utili è un aiuto fondamentale quando ci si trova a dover affrontare, per sé o per i propri cari, il virus da Covid-19 nella sua variante Omicron. Per farlo, è possibile usare Tholomeus®, un’App in grado di monitorare remotamente i pazienti e tenere sotto controllo i parametri fisiologici alterati in caso di COVID-19 (ad es. temperatura corporea e saturimetria) al fine di prevenire le complicanze della malattia virale.

Con Tholomeus®, poi, è possibile condividere tali dati in maniera istantanea con uno specialista e ricevere utili consigli su cosa fare, grazie ad esempio al pulsossimetro di Biotechmed, uno strumento fondamentale per monitorare la saturazione dell’ossigeno nel sangue.

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