La vitamina D riduce il rischio di infarti e ictus secondo una recente ricerca

Che la vitamina D faccia bene al nostro organismo è ormai cosa risaputa in ogni ambiente scientifico e ben salda anche nell’immaginario collettivo. Oggi arriva una importante ricerca secondo la quale la vitamina D riduce il rischio di infarti e ictus.

La ricerca, condotta per sei anni in Australia e pubblicata sulla rivista scientifica British Medical Journalha suscitato grande entusiasmo in tutta la comunità scientifica internazionale.

Ma andiamo con ordine: perché la vitamina D fa bene al nostro organismo? E come la vitamina D riduce il rischio di infarto miocardico e ictus? Andiamo a scoprirlo insieme.


L’IMPORTANZA DELLA VITAMINA D

Spesso sentiamo parlare di vitamina D e della sua importanza e spesso la sentiamo raccomandare dal nostro medico e dal pediatra per i nostri bambini. Ma perché è importante la vitamina D?

La vitamina D è una vitamina importante perché facilita l’assorbimento del calcio, contribuendo al normale sviluppo di ossa e denti. Un’adeguata assunzione di vitamina D è fondamentale in tutte le fasce di età, anche perché svolge un ruolo fondamentale nel corretto funzionamento del sistema immunitario.

La domanda che sorge spontanea è: dove troviamo la vitamina D? Secondo gli esperti, per un’adeguata assunzione di vitamina D è necessaria un’esposizione da 5 a 30 minuti per 2 volte a settimana e il sole deve colpire almeno braccia e gambe. Inoltre possiamo trovare la vitamina D in alcune specie di pesci come il merluzzo, l’orata, la sogliola ma anche in alcune tipologie di carne, uova e latticini.

Ma entriamo nel dettaglio dello studio: come riduce il rischio di infarto miocardico e ictus?

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LA VITAMINA D RIDUCE IL RISCHIO DI INFARTO MIOCARDICO E ICTUS: LA RICERCA

La vitamina D è un’ottima alleata del cuore e potrebbe ridurre il rischio di gravi eventi cardiovascolari come infarto miocardico e ictus nelle persone con più di 60 anni. È quanto emerso da uno studio condotto da un team di ricerca australiano guidato da scienziati del QIMR Berghofer Medical Research Institute di Herston, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della Melbourne School of Population Health dell’Università di Melbourne, della Scuola di Salute Pubblica dell’Università di Sydney, della Queensland University of Technology e di altri istituti.

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Lo studio ha coinvolto circa 21.000 partecipanti con un età compresa tra i 60 e gli 84 anni, nel periodo che va tra il 2014 al 2020. I volontari sono stati suddivisi in due gruppi:

  • Al primo è stata somministrata una dose orale di vitamina D da 60.000 UI al mese;
  • Al secondo è stato dato il placebo.

Sono stati esclusi dallo studio tutti coloro che soffrivano di ipercalcemia, iperparatiroidismo, calcoli renali, osteomalacia, sarcoidosi e coloro che assumevano in precedenza integratori di vitamina D, con un dosaggio di almeno 500 UI al giorno. I dati sono stati incrociati con quelli delle cartelle cliniche dei pazienti per trovare associazioni con gli eventi cardiovascolari.

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I RISULTATI DELLA RICERCA

La compressa è stata assunta una volta al mese per cinque anni consecutivi con risultati molto positivi per il gruppo che ha assunto la vitamina D che ha registrato eventi cardiovascolari gravi del 9% inferiori agli altri e il tasso di infarto in calo del 19% rispetto ai placebo. Non è finita qui perché la necessità di rivascolarizzazione coronarica è stata inferiore dell’11% mentre l’unica situazione rimasta invariata tra i due gruppi riguarda il tasso di incidenza degli ictus.

L’efficacia protettiva era superiore nelle persone che già assumevano farmaci per il cuore. Alla luce di questi risultati gli autori dello studio sostengono che l’integrazione di questa vitamina potrebbe ridurre il rischio di eventi cardiovascolari maggiori.

L’integrazione di vitamina D potrebbe ridurre l’incidenza di eventi cardiovascolari maggiori“, scrivono gli studiosi, anche se in alcuni casi le differenze sarebbero state minime. “Questo effetto protettivo potrebbe essere più marcato nei soggetti che assumono statine o altri farmaci cardiovascolari al basale“, hanno aggiunto, sottolineando l’importanza di fare nuove valutazioni per poter chiarire questo aspetto.

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